Note biografiche del Venerabile Servo di Dio
Padre Felice Prinetti

La Famiglia  Prinetti
Della famiglia Prinetti nel periodo che va dal 1842 al 1916, non si hanno molte notizie. Dai registri cartacei parrocchiali, che una volta erano i veri e praticamente unici archivi, sappiamo che Serafina Pedevilla e Francesco Prinetti, madre e padre di Padre Prinetti, figurano entrambi di professione benestanti, un modo comune per affermare che i due vivevano di rendita.
Sappiamo che la famiglia Prinetti era cattolica osservante e praticante, di una religiosità austera influenzata dal clima del cattolicesimo tutto d’un pezzo che si respirava in quelle zone vicine alla Francia e alle zone valdesi, quello che Rino Camilleri, nella sua biografia chiama cattolicesimo di frontiera, che aveva resistito all’assalto del calvinismo prima e del giansenismo poi e, infine, a quello dei lumi. Ebbero sei figli: Paolo, Luigia, Felice, Girolamo, Giacomo e Maria Francesca.
L’infanzia e la giovinezza di Felice Prinetti
Padre Felice Prinetti, nasce a Voghera il 14 maggio 1842, è battezzato il giorno seguente nella Collegiata di San Lorenzo Martire e chiamato oltre che col nome di Carlo Felice, probabilmente in onore del Sovrano del Regno di Sardegna, terra questa che segnerà la sua vita di donazione totale al Signore, anche con quelli di Francesco, Pasquale e Alfonso Maria. A dieci anni Carlo Felice ricevette il sacramento della Cresima, anche se nulla si sa della sua Prima Comunione. Aveva grandi doti e intelligenza che, unite a una forte serietà negli impegni, lo resero un bravo studente.
La scuola, in generale, era molto seria e dura, un metodo educativo molto distante dal nostro, con i suoi vantaggi e svantaggi, anche se tra i primi rientra certamente una formazione molto seria e accurata fin dalle elementari. Felice ne uscì brillantemente nel 1852, con voti ottimi e una forte predisposizione per la storia, il cui amore lo accompagnerà per sempre.
Fu inviato per gli studi superiori nella capitale di allora, la bella Torino, seguiva i corsi di retorica e di filosofia nel Collegio Nazionale e nel 1857 partecipò al concorso per un posto nel prestigioso Regio Collegio Carlo Alberto, che accoglieva gli studenti delle Provincie, anche se in quell’occasione non ce la fece. L’anno successivo, ci riprovò e fu ammesso tra i primi in graduatoria. Dopo gli studi superiori, come per tanti giovani anche del nostro tempo, arriva il momento dell’Università e Felice, che vi approda appena sedicenne e che da sempre aveva avuto grande propensione per le cosiddette scienze esatte, decide di iscriversi alla Facoltà di Matematica della Regia Università di Torino.
La carriera militare
Felice, obbedì all’invito del Re Vittorio Emmanuele che in Parlamento aveva dichiarato: «non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi» e si arruolò nell’esercito piemontese.
La situazione politica era in subbuglio e nonostante il Ministero della Pubblica Istruzione emanasse richiami per cercare di far rimanere gli studenti nelle università a continuare i loro studi, venivano in altro modo esortati a entrare nella Regia Accademia Militare e tra i tanti che fecero quel passo, vi fu anche Felice Prinetti.
Era il 23 marzo del 1860. Il 17 marzo di quell’anno si arruolò volontario nell’esercito del Re di Sardegna. Nel marzo del 1861 era già sottotenente.
Il 21 aprile 1862 fu nominato luogotenente di Artiglieria e venne assegnato al 9° Reggimento e nel 1865 fu trasferito al 1°, il più prestigioso.
Nel 1866, distinguendosi per atti di non comune valore, a ventiquattro anni ebbe sul campo di battaglia della guerra d’indipendenza, la promozione a capitano d’Artiglieria.
Il 9 settembre del 1870 mentre il suo reggimento si spostava a Pavia, i suoi superiori affidarono al Capitano Prinetti, un incarico di maggiore prestigio, anche se gli venne tolto il lavoro sul campo. Lo chiamarono, infatti, allo Stato Maggiore con compiti burocratici nel Ministero di Guerra in qualità di Segretario della Commissione per le invenzioni di guerra e poi lo nominarono Direttore del Regio Polverificio di Savigliano, e successivamente, di quello di Fossano vicino Cuneo.
 Chiamato  a Combattere nell’Esercito dI Dio
Il capitano Prinetti era un cristiano tutto d’uno pezzo, non v’era motivo per lui che le ragioni della patria venissero viste e strumentalizzate contro la fede.
La sua vita di ufficiale era stata brillante. Le testimonianze sono unanimi nell’esaltare la coerenza di vita del giovane capitano, la sua dirittura morale, il suo impegno di soldato, le sue virtù.
Un giorno, a Torino, il Capitano Prinetti si trovava a seguire una processione religiosa e si distingueva per il suo abito da ufficiale col suo rosario in mano.
Naturalmente non era un tipo che passava inosservato e si dice che fu notato da un suo collega, che mal digerì la cosa. Quando il Prinetti rientrò in caserma, il collega lo investì in malo modo rimproverandogli di aver disonorato la divisa con l’unirsi ad una processione religiosa. Il Prinetti rispose che non aveva nulla di cui in vergognarsi e che il suo onore di soldato era testimoniato dalla sua carriera. Vedendo la reazione del capitano, il collega lo a sfidò a duello davanti a testimoni, in quel tempo gli ufficiali non potevano rinunciare a un duello, pena il disonore, la macchia più grande per un soldato dell’Ottocento.
La Chiesa, che era certamente più saggia, aveva vietato il duello ai cattolici, pena la scomunica.
Fu a causa della sua fedeltà all’insegnamento della Chiesa e per non tradire i comandamenti di Dio che Padre Prinetti accetta di perdere tutto.
Il 27 novembre del 1873 all’ètà di trentuno anni Felice Prinetti si congeda dall’esercito.
L’intercessione di San Giuseppe
Da tempo il suo fratello minore, don Giacomo, chiedeva a Dio ogni anno una grazia avvalendosi dell’intercessione di San Giuseppe. Lo stesso don Giacomo rivela questo suo ricorrere annuale a San Giuseppe con la richiesta di qualcosa di molto notevole. Puntualmente veniva esaudito. Crebbe così di anno in anno la sua fiducia in San Giuseppe, nel chiedere cose umanamente difficili. Forse per aver notato nel suo fratello segni di un diverso orientamento, don Giacomo pensò di chiedere a San Giuseppe che suo fratello Felice divenisse sacerdote.
E anche questa volta venne esaudito. Il Padre Felice un giorno gli scrive per annunciare la decisione di abbracciare lo stato ecclesiastico. Il fatto non restò nell’ambito ristretto della famiglia. Il Beato don Luigi Orione lo citò in una conferenza ai suoi per esortarli a ricorrere con fiducia a San Giuseppe.
L’incontro con Padre Paolo Abbona Oblato di Maria Vergine
Padre Paolo Abbona, Missionario Apostolico accompagnava un gruppo di paggi imperiali birmani, il quale per incarico dell’Imperatore di Birmania doveva studiare l’organizzazione di vari eserciti europei, al fine di poter presentare al sovrano modelli validi per la nazione. Alla fine della visita il padre Abbona, pensò di rivolgere al capitano Prinetti l’invito da parte dell’Imperatore, di recarsi in Birmania per dirigere il Polverificio di Magdalè. Si prese da parte il capitano Prinetti, e gli fece la proposta.
Ascoltò tutto concentrato in se stesso: aveva lui una controproposta da fare, una proposta che il Padre Abbona non avrebbe potuto immaginare. Ma la sua risposta fu di una sobrietà ammirevole, rispose dunque al Padre Abbona che «ben volentieri l’avrebbe seguito, ma piuttosto con l’intento di seguirvi il Signore Iddio anziché con altro scopo».
Pochi giorni dopo il capitano Prinetti si apriva chiaramente al Padre Abbona con una lettera in cui manifestava il proposito di abbracciare lo stato ecclesiastico nella Congregazione degli Oblati di Maria Vergine e di partire subito in missione per mettersi sotto la giuda dello stesso Padre Abbona per iniziare il cammino di formazione al Sacerdozio. La risposta del padre Abbona non si fece attendere e fu positiva.
 Gli Oblati di Maria Vergine
La Congregazione che scelse fu quella degli Oblati di Maria Vergine, una Congregazione Regolata fondata dal Venerabile Padre Pio Bruno Lanteri, a Carignano, (Torino) nel 1826. Il suo desiderio era di diventare missionario prendendo sulle spalle la croce di Gesù e cingendo la spada della divina Parola per portarla lì dove ancora non era stata mai udita.
Il 27 novembre 1873, il capitano felice Prinetti si congeda dall’esercito e il 15 dicembre entra nel noviziato degli Oblati di Maria Vergine nella casa di San Ponzio a Nizza, dove il 1 gennaio 1874 indossa l’abito clericale diventando così a tutti gli effetti novizio. Egli in quel momento affida alla Vergine Maria il suo percorso di formazione, come attesta una lettera scritta al Rettor Maggiore: «Voglia questa pietosa Madre tener sempre sopra di me la sua mano e condurmi al compimento dei miei desideri alla consacrazione della mia vita al suo santo servizio. Prego quindi umilmente lei reverendo padre Rettore e gli altri sacerdoti e fratelli che vogliano nelle loro preghiere venirmi in aiuto per ringraziare il Signore e la Vergine Santissima della eminente grazia concessami, implorando il dono della perseveranza fino alla morte».
Il Prinetti era certamente un novizio straordinario, almeno nel senso di un caso piuttosto raro di una vocazione in età adulta, e di una carriera militare rapida e brillante.
Il 6 gennaio 1875 emise i voti religiosi, e subito incominciò il percorso verso il cammino sacerdotale. Il 13 marzo ricevette gli ordini minori; il 10 giugno 1876 il Diaconato e 23 dicembre 1876 divenne sacerdote.
Dopo l’ordinazione presbiterale, il Padre Prinetti fu trattenuto nello studentato di Nizza Marittima per l’aiuto ai confratelli. Per cinque anni insegnò loro le materie scientifiche e nel 1881 fu trasferito a Pinerolo, nell’Ospizio di San Giuseppe
La sua nova Missione
Il 5 aprile 1881 muore a Roma Monsignor Giovanni Antonio Balma Arcivescovo di Cagliari, per un decennio.
Come suo successore venne inviato da Leone XIII, in data 4 agosto 1881, il confratello Gregorio Vincenzo Berchialla, Oblato di Maria Vergine.
Mons. Berchialla pensò di scegliersi il Padre Prinetti, suo discepolo, come segretario. Per la solennità dell’Immacolata nel 1881 erano a Cagliari.
Padre Felice rimase temporaneamente in Sardegna per ben tredici anni e in un certo senso possiamo dire che vivere nella Sardegna di allora era quasi come vivere in terra di missione. Per comprendere, almeno per sommi capi com’era riportiamo quanto descritto da Rino Camilleri che definisce la Sardegna come “sud del sud” dove l’italiano era una lingua straniera tanto quanto i dialetti sardi per un piemontese. Con la più alta mortalità infantile d’Italia, il maggior tasso di analfabetismo, con la densità di popolazione più bassa di quel Regno.
Vi si trovavano due soli grandi centri che potevano essere definite città: Cagliari e Sassari. Per il resto vi erano 363 comuni di cui 337 senza fogne e 285 senza acqua potabile.
La popolazione era formata da contadini, pescatori, pastori e da briganti dediti alla vendetta e al furto del bestiame ed era difficile trovare un medico condotto, un ambulatorio, addirittura un cimitero. Tecniche di agricoltura arcaiche, case modestissime. Malattie endemiche varie tra cui tubercolosi, malaria, tracoma di cui l’isola deteneva il primato.
La situazione della Chiesa locale era altrettanto disastrata. Il clero in Sardegna era scarso e inadeguato; gli Ordini e le Congregazioni religiose per lo più soppressi.
Solo alcuni erano stati mantenuti per via della loro pubblica utilità, come le suore negli ospedali militari e negli asili d’infanzia.
Il nuovo Arcivescovo avrà avuto di che tremare al suo arrivo in quella situazione in cui le superstizioni abbondavano, l’ignoranza pure, accompagnata da disobbedienza, nepotismo e affarismo. La predicazione era quasi nulla e quei pochi che vi si avventuravano dicevano per lo più sciocchezze, per mancanza di cultura.
Lo stesso catechismo in vista dell’amministrazione dei Sacramenti era visto dai genitori come una perdita di tempo, anche perché nella Sardegna di allora si cominciava a lavorare in tenera età e sembra che i preti non si dessero molto da fare per aiutarli a cambiare idea. Le maghe erano più consultate dei preti e le preghiere erano usate alcune volte, per lo più come forme magiche e quelle scritte sui fogli, da qualche prete compiacente, come talismani porta fortuna.
Dopo essersi ripreso dallo sgomento la prima cosa che il nuovo Arcivescovo fece, fu iniziare le visite pastorali, ancora oggi in uso e di grande importanza, in cui un vescovo percorre l’intera diocesi visitando, le varie realtà ecclesiali da cui essa è formata.
In questo aiutato in maniera competente ed efficace dal Padre Prinetti che predispose le visite nelle ottanta parrocchie della diocesi. Prendeva contatto con i parroci, redigeva i verbali, coordinava e preparava i Concili provinciali e il Sinodo diocesano, teneva la corrispondenza per conto dell’Arcivescovo con il clero e le autorità civili, insomma tanti avevano a che fare col pastore della diocesi cagliaritana.
Così si esprime Mons. Berchialla scrivendo al Rettor Maggiore degli Oblati:
«Don Prinetti lavora per quattro: Confessare, dirigere anime, custodire la disciplina, governare il Seminario, reggere tutta la parte amministrativa del Seminario, della Mensa, della Diocesi, predicare alle suore, ai chierici, dar consigli, rispondere a mezza isola».
Padre Prinetti sbrigava tutte le faccende di ordine pratico, economico, finanziario, insomma tutti quei lavori che fanno parte della normale gestione di una diocesi, come quella di una famiglia. E, alle raccomandazioni di Mons. Berchialla di risparmiare le energie, rispondeva che non avendo il dono della bilocazione non sapeva più come fare: «Vostra Eccellenza mi ha scritto di non alzarmi alle cinque le confesso che in questo non l’ho obbedita. Mi alzo alle quattro e un quarto per fare non dico un po’ di meditazione, ma di lettura chè dopo non c’è più speranza. Mi perdoni, non lo dico per lagnarmi, ma perché si persuada che non posso fare diversamente».
Sapeva bene che per un sacerdote, come d’altro canto per ciascun cristiano, è necessario coniugare preghiera e attività apostolica, coltivare quello spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività e nello stesso tempo sapeva ciò che S. Giovanni Paolo II scriverà molto tempo dopo: «Si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’Incarnazione».
 La nascita delle Figlie di San Giuseppe
Quando il Padre Prinetti ebbe l’incarico di Rettore del Seminario, al servizio della cucina e del guardaroba trovò le suore cottolenghine. Queste, dopo anni di lodevole dedizione, furono richiamate in Casa Madre a Torino, e il Rettore dovette pensare al come sostituirle. Fu il momento in cui Dio gli ispirò di riunire una famiglia spirituale di donne generose, che accettassero di consacrarsi al servizio del Signore e della Chiesa.
La prima pietra di quest’opera l’aveva in mano da qualche anno: era Eugenia Montixi di Isili, ma residente a Cagliari presso le Figlie della Carità nell’Asilo della Marina del quartiere Stampace. Eugenia Motixi, era rimasta vedova dopo un anno dopo il suo matrimonio, era ormai avviata dal Padre Prinetti ad una vita spirituale impegnata.
Essa accettò la responsabilità dell’autorità immediata sul primo gruppo che ebbe dal Padre il nome di Figlie di San Giuseppe. Così egli forse volle onorare San Giuseppe per ringraziarlo del dono della vocazione. Piena approvazione ebbe dal suo Arcivescovo Mons. Vincenzo Gregorio Berchialla. Così la Congregazione nasce il 20 settembre del 1888.
Tre mesi dopo, il 20 dicembre esse incominciarono il loro servizio nel seminario. Erano in sette. Evangelico era il clima spirituale in cui la famiglia Giuseppina viveva in suoi primi giorni di vita: servizio a tempo pieno col solo pane quotidiano, umiltà incarnata nel nascondimento assoluto del seminterrato del seminario, fervore nel sacrificio, carità fraterna ad amor di Dio tradotti in sereno sorriso e nella fatica spossante.
Genoni
A circa un anno dalle nascita della famiglia religiosa, la nuova creazione ebbe l’occasione di un piccolo passo avanti, con l’apertura di una seconda comunità a Genoni.
In questo paese dell’Arcidiocesi di Oristano, Padre Giuseppe Porqueddu, ritirato in famiglia dopo l’espulsione dei Gesuiti dal Regno Sardo, era preoccupato per l’amministrazione del patrimonio della sua famiglia, di cui era rimasta superstite la sorella Efisia.
Al suo amico Padre Felice Prinetti egli propose l’acquisto dei beni con l’impegno di estinguere i moltissimi debiti e di provvedere all’assistenza della sorella.
Il Padre Prinetti consultò il suo Arcivescovo, i superiori della sua Congregazione alcuni colleghi della Giunta Tridentina diocesana, e accettò di rilevare tutto l’asse del patrimonio Porqueddu.
I suoi interessi erano puramente spiritual, egli lo dichiarava formalmente nella prima lettera che scrisse da Cagliari, subito dopo il suo rientro da Genoni dove le aveva appena lasciate: «Egli vi ha chiamato a formare una famiglia sotto il patrocinio di San Giuseppe, perché, io credo, ha voluto aver in voi un gruppo di anime che vivendo nell’orazione, nell’umiltà, nella carità fraterna, attirassero le sue benedizioni non solamente sulla casa ma sopra tutto il paese. Voi dovete considerarvi come chiamate dal Signore ad amarlo con tal fervore, e seguirlo con tale spirito di carità, ad essergli care in modo speciale, ed avere così udienza al suo cospetto per ottenere grazie abbondanti per la conversione dei peccatori e per la salvezza delle anime.
Oh! Quanto far compassione un’anima in peccato! Pensate che è tanta la sua infelicità che Dio stesso, oltraggiato dal peccato,tuttavia ne ha compassione infinita. E per questa compassione che sente, mandò già il Suo divin Figlio a partire e morire su una croce per salvare i peccatori; per questa divina compassione si continua ad offrire Gesù Cristo vittima sull’altare; per questa compassione è istituita la Chiesa a suscitare ministri del Signore che continuino l’opera di Gesù Cristo. Ed è anche per questa compassione divina verso i peccatori che dà la vocazione ad alcune anime elette di consacrarsi a servire Dio con una vita di imitazione più perfetta di Gesù Cristo, per entrare con la preghiera e le buone opere nelle sacre piaghe di Gesù, e farne piovere in abbondanza sulle anime il preziosismo sangue per la loro conversione e salute.
Ringraziate dunque umilmente il Signore di avervi elette a così santa vocazione, conservate gelosamente le anime vostre nella sua grazia; tenete viva ed altissima la stima dello stato al quale foste chiamate. E così mantenendovi in santa allegrezza spirituale, porterete generosamente la vostra croce seguendo Gesù Cristo, nostro modello, per dividerne un giorno la gloria in cielo.
 San Giuseppe, nostro patrono e modello nel servire Gesù, con Maria SS.ma sua immacolata sposa e nostra Madre carissima, vi benedicano dal cielo, come io vi benedico dal profondo del cuore.
Il 13 ottobre 1892 S.Ecc. Mons. Vincenzo Gregorio Berchialla moriva a Cagliari col suo decesso iniziava per il Padre Prinetti un periodo di grandi dolori.
I suoi superiori l’avrebbero subito richiamato in Piemonte. Così avviene, pur sapendo quanto fosse necessaria sua opera per la famiglia che si trovava d’improvviso orfana in ancor tenerissima età.
Il 19 dicembre 1894 egli è nel nuovo ufficio di rettore degli aspiranti Oblati a Giaveno, dove renderà il suo diretto servizio alla Congregazione fino al settembre del 1903.
Da lontano il Padre Prinetti seguiva le Figlie di San Giuseppe. Una fitta corrispondeva epistolare e le visite annuali che si protraevano per qualche mese erano le uniche possibilità che il padre poteva sfruttare per la formazione spirituale della piccolissima famiglia religiosa di sole due case, quella di Cagliari e quella di Genoni.
Egli era sempre spiritualmente presente sia nella comunità di Cagliari, sia in quella di Genoni sia per l’affetto filiale delle suore, sia per l’affetto paterno Lui verso di loro, sia per la sofferenza che stringeva in un’unica morsa Lui e Loro.
Il Padre tornò a Cagliari nella primavera del 1895, e poi alla fine del seguente mese di agosto. Le suore del seminario di Cagliari furono invitate a lasciare il servizio ch’era la ragione della loro nascita come Istituzione.
Il Padre Prinetti si rivolse all’Arcivescovo di Oristano S. Ecc. Mons. Francesco Zunnui, e ottenne dalla immensa bontà l’accoglimento delle suore di Cagliari nella sua diocesi, a Genoni. Per l’occasione S. Ecc. Mons. Francesco Zunnui, garantì la continuità della Congregazione concedendo per cautela un nuovo decreto di erezione in data il 24 ottobre 1895. In tale decreto viene confermata l’erezione canonica della Famiglia religiosa delle Figlie di San Giuseppe già fatta da S. Ecc. Mons. Paolo Maria Serci, Arcivescovo di Cagliari, il 15 agosto dell’anno precedente e l’approvazione delle Regole avvenuta anche questa nella data precedentemente riferita. Viene eretta la casa di Genoni come Casa Madre delle Figlie di San Giuseppe e al Padre Prinetti riconosciuta l’autorità di Padre e Direttore di tutta la Famiglia religiosa visto che lo era stato già dalla prima istituzione.
Dal settembre del 1903 fino al settembre del 1906 il Padre Prinetti fu Rettore della Chiesa di San Francesco d’Assisi in Torino. Il Padre vi trovò tanto da lavorare, specialmente nel ministero delle confessioni. Servendo il prossimo fino all’esaurimento delle forze fisiche, egli, in sintonia col suo nome, era felice di spendersi per le anime.
«Gesù sempre infinitamente buono! C’è tanto da fare e si vorrebbe fare ma le forze mancano, la testa non regge più, siamo beati, com’Egli disse, perché senza vedere crediamo e soffrendo benediciamo».
 Pisa
Dal settembre del 1906 il Servo di Dio a Pisa, in collaborazione con L’arcivescovo di quella città Card. Pietro Maffi.
La richiesta agli Oblati di aprire una casa in Pisa era venuta proprio da Mons. Maffi per la conoscenza del P. Prinetti. E tra questi e l’Arcivescovo si addivenne alla realizzazione di essa. Agli Oblati veniva concessa la chiesa di San Jacopo in Orticaia.
Il 21 settembre arriva a Pisa il P. Prinetti che si diede subito da fare, e in pochissimi giorni la Casa potè accogliere il primo gruppo di Padri, e la chiesa fu aperta nuovamente al culto. Inizia così la rigenerazione spirituale e morale di quella zona periferica della città, dove era ritenuto impossibile ad un prete semplicemente il comparirvi.
Possiamo ben dire che gli anni trascorsi a Pisa, dal Servo di Dio furono quelli più intesi dal punto di vista apostolico e missionario, dalla situazione difficile in cui ha lavorato insieme agli Oblati e all’Arcivescovo il Cardinali Maffi. Con la loro collaborazione fu possibile realizzare a S. Jacopo una pastorale d’avanguardia che passò i ristretti confini del borgo di Porta Piagge per proiettarsi su tutta la Chiesa pisana, toscana e italiana.
L’incontro con Cristo
Fra tanto fervore di opere non si attenuò mai l’azione formativa della famiglia di San Giuseppe che egli aveva a Genoni. Quando andava a trovarla e si tratteneva per alcune settimane era una festa per la comunità e per il paese. Gli afflitti erano consolati, i poveri aiutati, tutti incoraggiati al bene, alla virtù e alla santità.
Ora il Padre aveva il cuore fisico stanco. Ebbe un primo scompenso il 30 aprile 1916.
 Forti dispiaceri lo avevano duramente colpito: La guerra, la partenza di suoi figlioli di comunità religiosa e pastorale, la requisizione della casa di S. Jacopo da parte dell’autorità militare per adibirla ad ospedale per i soldati, e il conseguente trasloco dei Padri al vicino palazzo Benelli.
L’ultima giornata da operaio apostolico fu la sera del 4 maggio alla funzione vespertina del mese mariano seguita, in un profondo clima di preghiera, da una folla di fedeli e P.Prinetti aveva provato una grande gioia, probabilmente nata dal confronto con il ricordo di ciò che aveva vissuto al suo arrivo a Pisa, in quel rione in cui sembrava non esserci posto per Dio .
Poco prima dell’alba del 5 maggio P. Prinetti fu colto da un improvviso malore. Verso 4 del mattino fratel Luigi sentì nella camera vicina alla sua, il Padre che si agitava nel letto. Chiamò P. Pechenino che arrivò appena in tempo. P. Prinetti serenamente e con piena lucidità mentale rese la sua anima a Dio, abbracciato dal suo discepolo prediletto.
Nella modesta tomba l’epigrafe dettata dal Padre Pechenino è la seguente:“ Qui aspetta la risurrezione gloriosa il Padre Prinetti, Oblato di Maria Vergine, nato a Voghera il 14 maggio 1842, morto a Pisa il 5 maggio 1916. Lacrimato e benedetto diede a Dio la sua anima, la vita ai suoi fratelli, ai poveri le sue sostanze”.
Sono parole brevi e semplici, ma che in sintesi risultano essere il senso dell’esistenza terrena e spirituale del servo di Dio, Padre Prenetti, Oblato di Maria Vergine e fondatore delle Figlie di San Giuseppe di _Genoni che, da quel momento in poi, sono nelle mani di Dio e della sua Chiesa e, come ebbe modo da dire e scrivere lo stesso servo di Dio, quando egli fosse partito per l’eternità le sue suore, le sue figlie, sarebbero rimaste sempre Figlie di San Giuseppe.
 Il Processo di Canonizzazione
La fama di santità che accompagnava il Servo di Dio in vita nel corso degli anni si è consolidata, specialmente presso gli Oblati di Maria Vergine e le suore Figlie di San Giuseppe.
Tutta la vita sacerdotale di Padre Prinetti fu piena del lavoro per la salute delle anime, però specialmente pieni di intensa attività apostolica furono gli ultimi 22 anni della sua vita.
In questo tempo ha sperimentato molte amarezze a causa specialmente della fondazione in Sardegna, le cui vicende seguiva da lontano con lettere e con brevi saltuarie visite sul luogo.
La Causa di beatificazione e canonizzazione fu iniziata dall’Arcivescovo di Pisa, il quale, su licenza della Santa Sede, istruì il Processo Cognizionale negli anni 1982-1984, cui si aggiunse il Processo Rogatoriale dell’Arcivescovo di Oristano.
La Congregazione delle Cause dei Santi il 16 gennaio del 1987 riconobbe la validità giuridica di queste inchieste canoniche.
I Consultori storici si erano riuniti il 6 febbraio dell’anno precedente. Espletate tutte le richieste di archivio e conclusa la Positio, si discusse secondo la norma del diritto se il Servo di Dio avesse esercitato le virtù in grado eroico. Il 30 settembre del 2003, si ebbe, con felice esito, il Congresso particolare dei Consultori Teologici.
Il Padri Cardinali e i Vescovi, nella Sessione Ordinaria del 20 gennaio 2004, udita la relazione del Ponente della Causa Ecc.mo Mons. Ottorino Pietro Alberti, Arcivescovo emerito di Cagliari, dichiararono che il sacerdote Felice Prinetti, nella pratica delle virtù teologali,cardinali e consigli evangelici ha raggiunto il grado eroico.
 Il Contenuto della Positio
La Positio, di una rilevante mole, contiene il Summarium documentorum, il Summarium testimoniorum e la Informatio.
Il Summarium documentorum 1° parte è praticamente una biografia documentata in cui vengono esposte le tappe principali della vita e dell’attività del Padre Felice Prinetti, dando uno sviluppo maggiore ai momenti più difficili in cui esistono lagnanze e accuse contro il suo operato.
Il Summarium testimoniorum 2° parte è molto abbondate ma poco ricco di contenuto, perché si tratta, per la maggior parte, di testi ab auditu che sanno e dicono poco di scienza diretta e ripetono spesso le stesse affermazioni. L’avvocato Porsi ha voluto tutta via pubblicare questo Summarium dove appare bene, nel tempo e in diversi luoghi, la fama di santità del Servo di Dio di cui si potrebbe forse dubitare per il fatto che la Causa è stata iniziata molti anni dopo la morte.
La Informatio riassume bene l’essenziale del contenuto dei Sommari riguardo alla fama di Santità e alle Virtù, termina con nuove precisazioni su alcuni problemi trattati in precedenza o sollevati dal primo censore teologo degli scritti.
La vita sacerdotale e religiosa e le virtù del servo di Dio ricevono nella Positio sufficiente luce in modo da permettere ai Rev.mi Consultori teologi, agli Ecc.mi Prelati e agli Em.mi Sigg. Cardinali di esprimere il loro giudizio sulla fama di santità e sulle virtù eroiche del Servo di Dio Felice Prinetti, sacerdote e religioso della Congregazione degli Oblati di Maria Vergine.
Il 19 aprile del 2004 il Santo Padre Giovanni Paolo II dichiara Venerabile Padre Felice Prinetti promulgando il decreto sull’eroicità delle virtù.