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Anniversario 20 Settembre

Anniversario 20 Settembre

Annivesario della nascita della congregazione 132 anni

20 Settembre 2020 . Incontro a Genoni, Casa Madre . Insieme nel ringraziamento al Signore per il dono dell Istituto, della 1 lettera del Padre Fondatore alla Comunità di Genoni e per l Anno Prinettiano. Buona festa a tutte.

Madre M.Luciana 

Una Madre come Dono

Una Madre come Dono

Presentazione del libro “Una madre come dono”

Prima di delineare, con una breve sintesi, la figura di Madre Eugenia Montixi, come emerge da questo libro, voglio esprimere un ringraziamento all’autore, che ci accompagna e ci assiste dal paradiso: Dottor Giovanni Maria Cossu, che ha voluto regalare all’istituto, con quest’opera, uno scrigno contenete la perla preziosa del Vangelo, incarnato nella vita di una donna, che ha  venduto tutto per possederla.

Il titolo dell’opera: una madre come dono, è per noi, Figlie di San Giuseppe, fortemente eloquente, perché in queste  due semplici parole, viene racchiuso il senso della vita della nostra prima superiora generale e quello della vita di ciascuna di noi, di oggi e del futuro.

 Il termine madre indica la vocazione alla maternità inscritta nella nostra natura femminile, sublimata e arricchita dalla consacrazione religiosa che si attua nel vivere le beatitudini evangeliche  il cui perfetto modello è Maria Di Nazareth. Una maternità che  per ogni madre implica la capacità di generare, far crescere  figli,  con il dono della propria vita.

La maternità di Madre Eugenia è un dono dello Spirito Santo all’Istituto e alla Chiesa, non solo perché ha garantito la sussistenza e la crescita dell’Istituto, quando il Padre Fondatore è stato richiamato in penisola dai suoi superiori , ma perche si pone come modello di vita, incarnazione del vangelo, tanto che il Padre Fondatore la definì: la regola vivente.

Un aspetto che mi piace evidenzia in quest’opera è la metafora della viola mammola usata dall’autore per esprimere, i tratti della personalità umana e spirituale di Eugenia Montixi: l’ umiltà, la silenziosa laboriosità, il suo donarsi nella carità attenta e discreta, profumata di gratuità e amore.

La fragranza della spiritualità di Madre Eugenia, come il profumo della viola mammola che si mimetizza nel verde del prato a primavera. deriva dalla profondità e intensità del suo rapporto con il Signore. Non aveva mai ufficialmente fatto i voti religiosi di povertà castità e obbedienza, ma li aveva vissuti, secondo le indicazione del suo padre spirituale, il Venerabile Padre Feice Prinetti, che aveva chiesto a lei e alle altre sorelle che avevano formato la prima comunità di Figlie di san Giuseppe, di vivere i voti per puro amore di Gesù Cristo. L’amore esclusivo a Cristo è il movente, il senso e lo scopo della vita di Eugenia Montixi.

L’appartenenza a Cristo, come unica e insostituibile ricchezza,  le permette di avere tutto senza possedere niente, nella linea della povertà evangelica che stabilisce il giusto rapporto tra l’uomo e i beni della terra , dati da Dio, perché l’uomo se ne serva per i suoi bisogni, riconoscendo la gratuità di colui dal quale i beni  provengono e usandoli per la sua gloria e la sua gioia, nell’equità e nella condivisione aperta a tutti.

Per questo Madre Eugenia è una donna di carità, con una spiccata sensibilità per i poveri, soprattutto i servi dell’azienda ai quali riservava la parte migliore di quello che si produceva in casa: pane, formaggio, marmellate, grano e vino.

Guidata e sostenuta dal Padre Prinetti che spesso ricordava alla Comunità di fare abbondante elemosina, che lui stesso praticava largamente, ogni volta che tornava a Genoni,  Madre Eugenia aveva trovato in lui un modello che imitava volentieri, tanto che nel ricordo di chi l’ha conosciuta, è rimasta l’immagine di una donna che dava generosamente ai poveri, per questo la maggior parte la della gente la chiamava, oltre che madre, nonna e madrina.

Da quest’opera si deduce che era una donna di obbedienza che come Maria ripeteva il suo “eccomi” a Dio come espressione della sua libera adesione, perché in lei e nella comunità si compisse la volontà di Dio. Un’obbedienza che faceva passare attraverso le mediazioni umane rappresentate dalle leggi della Chiesa, dalle regole stabilite dal Fondatore dell’Istituto, accolte con amorosa adesione agli eventi lieti e tristi che hanno caratterizzato la sua storia, e nella ordinarietà dei giorni, scanditi dalla preghiera, dal lavoro e dalla dedizione al prossimo.

Una donna di comunione, radicata nella relazione interiore con Dio e concretizzata nella vita fraterna. Come per le viole mammole, il profumo non viene percepito se promana da una sola viola, ma si avverte forte e intenso quando i fiori sono tanti, così è per la comunione comunitaria, è tanto più incisiva quanto più la comunione include tutti.  Anche in madre Eugenia la pazienza, la tolleranza, la stima delle sorelle la rendevano una persona armonizzata ,  capace di far nascere, costruire, alimentare ogni giorno sentimenti di serena fraternità, di creare nella Comunità una tale atmosfera  che, come dice il Padre Prinetti, avrebbe fatto risuscitare un moribondo.

Il segreto dell’armonia interiore in Madre Eugenia era la docilità allo Spirito Santo che si esprimeva nell’accompagnamento spirituale che riceveva dal suo direttore, il Padre Felice Prinetti che trovò in lei un’argilla docile a farsi plasmare, perche nella sua persona, progressivamente si imprimessero i tratti del suo Divin Maestro e riuscire ad amare con i suoi stessi sentimenti, imparando ad essere, come lui, mite ed umile di cuore.

Questo percorso di progressiva identificazione in Cristo, per Madre Eugenia, passa attraverso lo sviluppo e la pratica delle virtù teologali: fede , speranza e carità; delle virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, unite alla spiritualità della santa Famiglia di Nazareth, in particolare di San Giuseppe, padre e protettore dell’istituto.

Un’altra componente che accompagna tutta la sua esistenza è quella della Croce, accolta come via al cielo, come condizione di resurrezione e di vita piena. Una Croce che non deve mancare alle Figlie di San Giuseppe come segno di certezza  che si cammina nelle vie di Dio, alla sequela di Gesù Maestro e come segno di predilezione che associa al sacrificio di Cristo. Una croce legata alle scelte del dono d’amore per gli altri, alla disponibilità a pagare il prezzo della fatica, della pazienza, della rinuncia per i fratelli, come contributo all’amore, che solo può  realizzare pienamente la vita.

Voglio chiudere questa breve presentazione con l’augurio che Mons. Giovanni Maria Cossu, autore dell’opera ha fatto a tutte le Figlie di san Giuseppe:

“Oso sperare che questa piccola fatica valga a rendere più viva la memoria di Madre Eugenia, più stretti i vincoli della comunione fraterna della Famiglia Giuseppina, ammirata dalla virtù della sua prima Madre. Soprattutto voglio sperare che questa umile rievocazione di Madre Eugenia, in virtù della grazia di Dio, accenda nel cuore delle Figlie di san Giuseppe, il fervido desiderio di imitarla nel primario impegno di lei che fu quello di rispondere e corrispondere con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze all’amore paterno e sponsale di Dio Padre e figlio e Spirito santo, in spirituale obbedienza al desiderio di lei”

          Madre Maria Luciana Zaru

              Superiora Generale

LA NUOVA SARDEGNA 11/08/2019 di Michela Cuccu

LA NUOVA SARDEGNA 11/08/2019  di Michela Cuccu

Un Ferragosto di solidarietà

Nelle cucine di via Carmine si prepara il pranzo della festa di mezza estate con un articolato menù

 «Serviremo l’antipasto, il primo e cucineremo il maialetto, ma anche il pollo per chi non può mangiarlo e gli daremo anche il gelato: chi verrà da noi a Ferragosto, sentirà aria di festa. E non sarà certo solo».

La Mensa del povero di via Carmine, come sempre, non chiuderà per le ferie estive e suor Gabriella e le volontarie staranno ai fornelli per assicurare un pasto a chi altrimenti, non avrebbe niente da mangiare. «Altro che ferie – dice la suora – qui non si chiude nemmeno la domenica per fortuna». 

Le persone che si rivolgono alla struttura gestita dalle religiose e che da oltre vent’anni è punto di riferimento per tutta la provincia, sono in aumento. «Ci sono almeno trenta pasti caldi da preparare ogni giorno. Alcuni li portiamo a casa perché fra i nostri assistiti ci sono anche anziani disabili e famiglie con bambini piccoli», spiega suor Gabriella che racconta dei bisogni della povera gente che continuano ad essere tanti.

«Ormai da anni ho una regola: oltre le novanta buste di provviste che consegniamo ogni mese, smetto di contare. Sì, ogni mese consegniamo cibo ad oltre cento famiglie: sono tante».

Bisogni in aumento e anche alla mensa, che pur funziona grazie ad aiuti pubblici e della Cei ma anche di comuni cittadini, può capitare che le scorte scarseggino.

Suor Gabriella non pronuncia mai la parola “emergenza” ma quando elenca i beni di prima necessità che servirebbero per consentire alla struttura assistenziale di operare con tranquillità, non è difficile intuire che c’è bisogno di aiuto.

«In questo periodo stanno scarseggiando l’olio, il latte il caffè e lo zucchero», riferisce la suora «avremmo necessità anche di scatolette di tonno, di formaggio e pomodori pelati. Fortunatamente in questi giorni ci hanno consegnato un carico di banane ma la frutta – spiega – non basta mai». La Mensa del povero non è una struttura per così dire “isolata” dal contesto sociale: tantissimi infatti, sono coloro che partecipano con donazioni o partendo semplicemente cibo ma anche abiti.

Ancora suor Gabriella: «Fortunatamente c’è tanta generosità e ormai la cultura del non sprecare il cibo in eccesso qui ha preso piede. Ormai da tempo, quando avanza del cibo da una festa o un banchetto, lo consegnano a noi che sappiamo come ridistribuirlo», prosegue la religiosa che racconta della porta del loro convento che, praticamente, dalla mattina presto fino a sera, è meta di tante persone di ogni età e provenienza.

Perché qui non si viene solo per un pasto caldo o per ricevere degli abiti puliti.

«Ci sono i senzatetto che non saprebbero dove farsi una doccia e vengono qui – conclude la religiosa – persone che, quando hanno la fortuna di possederne una, dormono in macchina. Chi non conosce nessuno è solo o non può chiedere aiuto ai parenti, viene da noi e non solo a Ferragosto». 

Percorso Formativo delle Giovani

Percorso Formativo delle Giovani

Visita al sito archelogico di Cornus. Costa occidentale della Sardegna

Conversazione con le Iuniores 13/15 maggio 2019

Ho trovato molto interessanti gli argomenti che, in questi tre giorni, vi sono e vi saranno proposti, ma ciò che mi ha colpito particolarmente è stata l’espressione infanzia matura.

 Un’espressione apparentemente contraddittoria in cui un termine nega l’altro: può esserci maturità nell’infanzia? No. Dobbiamo dire quindi che si tratta di un paradosso. Già l’accostamento dei due termini infanzia e maturità ci fanno capire che umanamente non è possibile una concordanza, che non esiste un legame logico. Ed proprio questa umana illogicità che ci introduce in un altro piano, quello di Dio, che agisce con un’azione non corrispondente ai nostri criteri, ma con i suoi, non sempre di facile comprensione.

 Gesù con il paradosso cerca di far passare la logica di Dio sul cervello e nel cuore dell’uomo, con espressioni, diciamo illogiche, tipo: gli ultimi saranno primi, chi si innalza sarà abbassato, chi salva la vita la perde, una contraddizione attraverso la quale passa un altro concetto.

 Le beatitudini evangeliche sono un susseguirsi di paradossi: beati i poveri, gli afflitti, i perseguitati, i miti… ma di che cosa stiamo parlando? Di realtà impossibili? Umanamente si, ma Gesù ci dice anche Io sono la Via. Lui è la via, la nostra strada, in un rapporto di sequela.

 Anche il termine sequela, cioè andare dietro, può indurre in confusione, la sequela che Gesù chiede include una relazione, non si tratta di ripetere gesti, ma di vivere un rapporto, la sequela è la quotidiana conformazione al Maestro nell’identificazione dell’uno nell’altro, in un rapporto d’amore che fa di due una solo persona, per cui uno vive nell’altro. Questo lo ha già detto San Paolo: non sono più io che vivo ma Cristo vive in me. 

Una sequela quindi che non si ferma alla ripetizione di gesti, a un semplice fare umano, ma i gesti  e le scelte nascono da una intima unione tra persone, la stessa che unisce Gesù al Padre suo e a ciascuno di noi: un legame d’amore. Come il Padre ama me, cosi io amo voi. Rimanete nel mio amore. Restare in questo amore, viverci dentro, rende discepoli. 

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.. Questo è il mio comandamento che vi amiate l’un l’altro come io amo voi . Alla relazione con Dio e alla comunione fraterna è legata la possibilità di sperimentare la gioia del vivere da risorti, la stessa gioia proposta da Gesù con le Beatitudini, che umanamente si presentano come un paradosso, non basate su criteri umani ma su quelli di Dio che appunto per noi, sembrano illogici.

Dobbiamo confermarci in alcune certezza: se siamo risorti con Cristo viviamo di Lui, (Col.12,3-4) l’unione con Cristo risorto è il principio della vita nuova. Dio è in noi che lo sappiamo o no, che lo vogliamo o no. Viviamo in lui grazie alla grazia santificante che ci è stata data con il Battesimo e che ci ha incorporato in Cristo.  Siamo figli della resurrezione, siamo risorti con Cristo, si tratta di entrare in questo dono di grazia con la fede nelle parole di Gesù che sono parole di vita eterna e di scegliere di conseguenza.

Gesù risorto è la verità che ci fa liberi, quella verità che annulla la contraddizione del paradosso e ci permette di entrare e di vivere nel mistero dell’amore trinitario che è appunto pace, dono, gratuità, nel fiducioso abbandono a  questo amore.

A questo punto possiamo capire cosa significa infanzia matura. L’infanzia è l’età della dipendenza assoluta dai genitori, l’età in cui il papà e la mamma sono rifugio sicuro nel malessere e nella gioia, figure di riferimento che provvedono a tutti i bisogni, anche a quelli che il bambino non esprime. Questa certezza rende il bambino sereno, appagato, gioioso, si tratta di un rapporto fiducioso che consente al bambino di crescere e di aprirsi progressivamente alla vita in una molteplicità di relazioni fino all’età matura.

Nel nostro caso l’infanzia diventa parabola del rapporto che Dio vuole con noi, un rapporto fatto di fiducia e di abbandono. Gesù lo ribadisce continuamente: guardate gli uccelli del cielo non seminano, non mietono eppure il Padre vostro li nutre, guardate i gigli del campo non filano e non tessono eppure hanno vestiti più belli di quelli di Salomone. I cappelli del vostro capo sono tutti contati nessuno di essi cade senza che il Padre vostro lo sappia. Se voi date cose buone ai vostri figli tanto più il Padre vostro che è nei cieli vi darà quello di cui avete bisogno.

A questo rapporto, improntato a fiducia e abbandono, si riferisce Santa Teresina quando parla di infanzia spirituale, per indicare il giusto rapporto che si deve avere con Dio. Non si tratta di restare bambini, ma di conservare e curare un cuore di bambino che continuamente si appoggia al papà, perché sa che lui è sempre presente nella sua vita e che non lo abbandona mai. A questo riguardo il Signore afferma, anche se una madre si dimenticasse del proprio figlio io non mi dimenticherò mai .

Gesù pone la condizione del bambino, che fiducioso si abbandona nelle mani del proprio papà, come condizione essenziale per un autentico rapporto con Dio: Se non diventerete come un bambino non entrerete nel Regno dei cieli.

Percepire il bisogno di Dio, credere al suo amore è abbandonarci a lui è la modalità necessaria per vivere con lui una relazione sana e appagante.

 Per noi Figlie di San Giuseppe la necessità di vivere come bambini abbandonati nelle mani di Dio, viene continuamente ribadita dal nostro venerabile Fondatore, quindi è parte della nostra identità spirituale.

Quali sono le condizioni che introducono nell’abbandono in Dio? Padre Prinetti dice:

Sapersi e sentirsi deboli è il titolo a non essere abbandonati da chi ci ama” (Pens. N°118). Anzitutto dobbiamo riconoscere di essere deboli (Sapersi) ossia avere coscienza di essere limitati, ponendoci nella realtà che veramente siamo: esseri creati che dipendono dal creatore, riconoscono di avere avuto una nascita terrena e avranno una conclusione della vita umana. Questo serve per non incorrere nel mito dell’onnipotenza, cosa facile nella giovinezza quando si è nel pieno delle forze e delle energie fisiche per cui si crede di dominare il mondo e di non avere bisogno di nessuno, di seguire la propria volontà prescindendo da quella che ci ha chiamato alla vita e ha per noi un progetto di felicità. E’ la tentazione di un’autonomia senza Dio con tutte le sue pericolose conseguenze

Sentirsi deboli, avvertire la precarietà della vita, la fragilità della volontà, l’incostanza della nostra persona, nella quale, come dice la Scrittura, in un giorno mutano sette tempi, o meglio abbiamo un umore variabile, ciò che vogliamo fortemente al mattino lo neghiamo di sera, insomma siamo instabili per natura.

  Da tenere presente che questa nostra mutevolezza non è un peccato ma è una componente della nostra natura, perciò non dobbiamo scandalizzarci di noi stessi, arrabbiarci e attribuircene la colpa, dobbiamo accettare di essere strutturati cosi, per non cadere nella mancanza di auto stima che ci rende tristi, sconfortati perché dopo tanto impegno e tanti sforzi ci ritroviamo con le stesse debolezze e difetti.

Fin quando la nostra attenzione si concentra sulla nostra persona e cercheremo in noi stesse la certezza delle nostre scelte, soprattutto quando si tratta di scelte che impegnano con Dio, faremo solo l’esperienza ella delusione, di impegnarci e di non vedere risultati, come i discepoli che faticarono tutta la notte per la pesca ma non presero niente, fin che non è arrivato Gesù è ha dato le indicazioni necessarie che Pietro percepisce subito: sulla tua parola getterò le reti, nonostante la stanchezza e l’esperienza del fallimento. Questo è il passaggio essenziale: sulla tua parola, rispondo alla tua chiamata non perché è facile e appaga le mie aspirazioni di affermazione umana ma perché mi fido di te.  Solo affidandoci a Dio abbiamo la sicurezza della fedeltà ai nostri impegni perché non saremo noi fedeli a lui, ma lui a noi

La consapevolezza del bisogno di Dio, con la certezza del suo amore fedele, è il titolo, è il motivo di non essere abbandonati da chi ci ama, forse che la mamma punisce il bambino che cade quando sta imparando a camminare? No, le cadute fanno parte di un percorso. L’amore di Dio per noi è molto più forte di quello di una mamma, capace di trasformare la debolezza in forza , l’errore in momento di crescita.

 Dobbiamo crederci e chiedere il dono dello Spirito Santo per capire e accogliere l’amore di Dio, abbiamo bisogno del suo Spirito, perché possiamo intuire l’amore di Dio solo attraverso Lui stesso: nella tua luce vediamo la luce.

Il Padre Prinetti dice ancora: Abbandoniamoci a Lui che sa rendere amabile la croce….L’abbandono in Gesù è l’uniformità intima della nostra volontà alla sua (Pens.119)

Con questa affermazione possiamo capire l’espressione infanzia matura. Mentre il riconoscere la fragilità e debolezza della propria persona abilita ad essere amati , per poter usufruire di quell’amore è necessario un atto della volontà, una nostra scelta. Il Signore non ci obbliga, aspetta la nostra libera adesione a lui, aspetta che lo cerchiamo e che gli affidiamo la nostra vita.

 Aspetta una nostra scelta libera perché non ha bisogno di servi  per lavorare, ma ha bisogno di figli da amare, e l’amore è vero solo se è libero, se non è libero può essere tutto, ma non è amore.

 La scelta libera è possibile nella maturità, quando la persona ha raggiunto il pieno sviluppo delle facoltà mentali ed è in grado di decidere.

 La libertà decisionale, nel vangelo, non è in contraddizione con lo spirito dell’infanzia che ci relaziona con Dio come bambini bisognosi, ma è la possibilità che, ponendoci sullo stesso piano di Dio, ci permette di scegliere, di dirgli si o no. Questa possibilità ci dà anche la capacità di avere il merito di quello che scegliamo, per il quale il Signore ci ricompensa in questa terra con il dono della serenità e della pace e ci darà la pienezza della vita nell’altra.

Osservate che Padre Prinetti usa il verbo all’imperativo, il modo del comando, in lui è  il modo del desiderio del suo cuore che per le sue figlie vuole tutto il bene possibile, abbandoniamoci. Un verbo alla prima persona plurale, non dice tu o voi, ma noi, cioè tutti.

 Possiamo ripetere con sant’Agostino: Il signore ci ha creato senza di noi, ma non ci salva senza di noi . La salvezza ci viene regalata ma non imposta, in noi c’è sempre la possibilità di accoglierla o di rifiutarla.

Accogliere la salvezza significa affidare a Dio la nostra vita perché la trasfiguri e la modelli secondo il suo disegno, senza false paure perché Lui sa rendere amabile la croce. La Croce è amabile quando è portata con amore, non con l’amore nostro che è fragile e povero, ma con l’amore di Dio che è infinitamente grande.

La paura è l’arma che spesso il diavolo usa per rallentare le nostre decisioni, per farci perdere tempo e impedirci di giungere alla scelta definitiva di affidare totalmente la nostra vita a Dio. Il Padre Prinetti ci dice in che cosa consiste concretamente l’abbandono , l’abbandono in Gesù è l’uniformità intima della nostra volontà alla sua.

 Resto sempre stupita della precisione e della profondità teologica del nostro Padre Fondatore, nell’espressione l’abbandono in Gesù è racchiuso tutto il mistero della salvezza: Gesù è il Figlio amato dal Padre che dona la sua vita per i fratelli, solo in lui c’è salvezza, lui è la via per andare al Padre, abbandono in Gesù non è solo adesione intellettuale al suo mistero di uomo di Dio, ma è entrare in relazione con lui e vivere uno nel’altro, con lo stesso battito cardiaco, con lo stesso respiro, tanto da poter dire con san Paolo per me vivere è Cristo. In questo legame d’amore si realizza l’abbandono, ossia la consegna della vita all’Amore con la A maiuscola che porta a desiderare e a volere quello che desidera e vuole la persona amata, nella intima conformità della nostra volontà alla sua. Sempre P. Prinetti conferma: Questo è l’abbandono in pratica e con esso la pace.

Possiamo notare come abbiamo superato il paradosso di due realtà apparentemente in contrasto l’infanzia e la maturità, due realtà che evangelicamente sono necessarie l’una all’altra per integrarsi e introdurci su un piano di azione sopranaturale dove l’umano non viene negato ma integrato, viene trasfigurato dal divino che continuamente ricrea e fa nuove e belle tutte le cose.

Noi consacrate non siamo persone psicologicamente dissociate, costrette a contrapporre l’umano al divino, le esigenze del cuore a quelle delle grazia, anzi siamo persone perfettamente integrate nella nostra natura umana inserita in quella umano- divina di Cristo.

 Questa integrazione ci consente di vivere il giusto rapporto tra cielo e terra , le radici dell’albero della nostra vita sono sulla terra ma le fronde sono protese verso il cielo da dove traggono energia e vita anche per mantenere vive le radici.

  Gesù, via verità e vita, è l’anello di congiunzione tra cielo e terra, è l’anima dell’armonia e della  pace, la sua pace, quella del Risorto.

Da ricordare: L’abbandono in Dio non è qualcosa che facciamo una volta per sempre ma è da rinnovare continuamente come orientamento del cuore che cerca la volontà di Dio percepita come sommo bene, come un fiore proteso verso la luce che lo fa vivere.

Riflessioni a caldo:

  • Ho capito? Cosa non ho capito?
  • Secondo te ci sono possibilità alternative, al di fuori del Vangelo per vivere nella gioia?
  • Che differenza c’è tra gioia umana e gioia sopranaturale?
  • C’è un legame tra la richiesta che fa il Padre Prinetti di vivere l’abbandono fiducioso nel Signore e la santa allegrezza?

Visita canonica Comunita’ di Torregrande

Visita canonica Comunita’ di Torregrande

Visita Canonica nella Comunità di Torregrande. Sr Annmary, Sr M. Aurora, Sr M.Ausilia, Sr Adalgisa, Sr Saveria, Sr Felicina, Sr M. Danila, Sr Jeanne salutano tutte.

I Resti Mortali di Padre Felice Prinetti, Fondatore dell’Istituto delle Figlie di San Giuseppe sono tornati a Genoni, nella Casa Madre.

I Resti Mortali di Padre Felice Prinetti,          Fondatore dell’Istituto     delle Figlie di San Giuseppe sono tornati a Genoni,     nella Casa Madre.

 

La realizzazione di un sogno

Sì, possiamo parlare di un sogno perché il desiderio di avere nell’Istituto il Venerabile Fondatore è sempre esistito. È esistito nel nostro amato Fondatore dal giorno in cui, chiuso il suo servizio, come segretario dell’arcivescovo nella diocesi di Cagliari, in obbedienza ai suoi superiori, è rientrato nella penisola, e dal quel momento ha vissuto la sofferenza della lontananza, espressa con accenti accorati soprattutto nella corrispondenza con Madre Eugenia e la Comunità. Una frase ricorrente è questa: “Il mio cuore è sempre in mezzo a voi”.

Si era allontanato fisicamente ma il suo cuore era rimasto a Genoni, per la condivisione a distanza, di tutto quello che le suore vivevano di bene e di male, di gioie comunitarie e di persecuzioni esterne, con il sostegno costante della sua parola che le aiutasse ad entrare nel mistero pasquale di Cristo per viverlo in tutte le sue dimensioni, compresa la croce, come segno di predilezione del crocifisso e via al cielo.

Con la Casa Madre nel cuore

La nostalgia della Comunità di Genoni in lui è costante e la esprime con accenti di gioia quando si presenta l’occasione di poter tornare e scrive: “Aspetto con pazienza, di poter venire, come spero, ai primi di maggio”; (Lett. Pag. 1449); “Spero di essere presto con voi, vogliatevi bene.” (Lett. Pag. 46) “Brucio dal desiderio di vedervi, visitare insieme con voi Gesù, cantar le lodi alla Madonna e a San Giuseppe, guarirvi e lasciarvi allegre e contente”. (Lett. pag. 31).

Da Torino scrive: “Torino è bella ma il mio cuore è là, e mi domando: e il mio caro Cau? E suor Eugenia? E suor…? suor…? suor…? Ma poi riposo nel pensiero che Gesù ci tiene uniti nel suo cuore per amore di San Giuseppe e della Madonna che ci ha dato Egli per Mamma. Vogliatevi bene figlie mie e la Comunità sarà l’anticamera del paradiso” (Lett.pag.148).

Il legame con le sue figlie è tanto forte che in nessun modo si può allentare: “Siete sempre nella mente, nel cuore, nelle mie preghiere”. (Lett.pag.73); “Benché lontano passerò il Natale in mezzo a voi”. (Lett. Pag. 27)

Vorrei le ali per venire a trovarvi” (Lett.pag.94). “Penso sempre a voi e prego sempre Gesù, Maria SS.ma e San Giuseppe che custodiscano e vi facciano buone e sante” (Lett. pag. 99)

Quando riesce ad arrivare a Genoni il suo cuore è pieno di gioia: “Papà farà festa celebrando la prima santa messa di Natale con voi.” (Lett. pag. 157) In occasione della Pasqua scrive: “Papà verrà a cantare l’alleluia con voi, a Dio piacendo, perché così l’allegrezza sia piena”. (Lett. pag.172)

Penso che anche il rientro definitivo dei suoi Resti Mortali nell’amata Comunità di Genoni, sia per Lui motivo di allegrezza piena perché risponde a un suo desiderio coltivato per tutta la vita, mantenuto nell’eternità, ma con la certezza che quel giorno sarebbe arrivato, esattamente il 19 marzo 2019.

Così anche le sue Figlie a Casa Madre possono vivere l’allegrezza piena dell’abbraccio del Padre che non ha mai smesso di amarle, di pensare e di pregare per loro.

Genoni - Arrivo dell’urna all’ingresso del paese.
Ad attenderla l’Arcivescovo di Oristano Mons. Ignazio Sanna, il sindaco Dr. Roberto Soddu, Madre Maria Luciana, le Figlie di San Giuseppe e numerosissimi fedeli.
L’urna con le spoglie mortali di P. Prinetti nella chiesa parrocchiale
Celebrazione Eucaristica presieduta da Mons. Ignazio Sanna, Arcivescovo di Oristano. Concelebrano Mons. Mauro Morfino, Vescovo di Alghero-Bosa, Mons. Paolo Atzei, Arcivescovo emerito di Sassari.
Dopo la Celebrazione Eucaristica le spoglie di Padre Prinetti vengano accompagnate processionalmente alla Casa Madre.
Cappella di Casa Madre dove riposano i resti mortali del Ven.le Padre Felice Prinetti

Pasqua 2021

Pasqua 2021

Gesù Risorto è la certezza della nostra speranza e la pienezza della nostra vita.

Buon 2021

Buon 2021

Con le Madri Consigliere, sr M. Benedetta, Madre M. Daniela e le Sorelle della Casa Generalizia auguro di cuore BUON ANNO 2021, facendo nostro il pensiero del nostro carissimo Padre Fondatore: 

“Pregheremo di cuore perché il Signore dia luce e fortezza per far fronte agli eventi, ma poiché in ogni cosa non si farà che quanto il Signore ha disposto, non dubitiamo che tutto sarà per nostro bene e sua maggior gloria” ( pens. N. 181) 

Un caro abbraccio a tutte.

10 Maggio

10 Maggio

Oggi,10 Maggio, Festa della Mamma.
Auguri alla Madonna, Madre di Gesù e madre nostra.
Auguri a tutte e nostre Mamma che ci hanno generato alla vita quelle che sono in terra e quelle che sono in cielo.
Auguri a ciascuna di noi, chiamata ad essere madre di ogni figlio che il Signore ci affida. Buona Festa con un caro saluto.

19/03/2019 Festa di S.Giuseppe

19/03/2019 Festa di S.Giuseppe

Quest’anno, più che mai, la  solennità di San Giuseppe riempie la mente di immagini e il cuore di gratitudine: le immagini dell’arrivo a Genoni , il 19 marzo dell’anno scorso, delle Spoglie Mortali del nostro Venerabile Padre Prinetti: la cornice gioiosa e colorata del paese vestito a festa , la folla degli amici dell’Istituto che hanno riempito le strade , la chiesa, la casa madre. Il ricordo della forte emozione  che tutte abbiamo vissuto e che ha  aperto il cuore alla gioiosa riconoscenza al Signore .

Avremo voluto festeggiare questo primo anniversario a Genoni, con una bella festa. Non è possibile, ma non per questo, rinunciamo alla festa, che viviamo comunitariamente, con le modalità di preghiera permesse, ma con profonda gratitudine ed una preghiera particolare a San Giuseppe e al venerabile Padre Felice Prinetti,  perché il Signore liberi  il mondo da ogni male.

A Casa generalizia abbiamo avuto la gioia della rinnovazione dei Santi Voti di Sr Adelia, Sr Alana e Sr Elloisa un evento che ha dato alla festa  una forte dimensione interiore, nella percezione che qualcosa di nuovo nasce sempre, che la bellezza della figlia del re è tutta interiore, in una prospettiva di grazia e di dono, presente nella gioiosa giovinezza delle Sorelle, che, con il rinnovato impegno con Dio , nell’Istituto, si  pongono come  chiaro segno di promessa e di speranza  futura.

 A  Sr Adelia, Sr Alana , e Sr Eloisa gli auguri di tutto l’Istituto, perche l’appartenenza al Signore le riempia ogni giorno di più,  del suo amore. Buona festa a tutte in unione di preghiere.